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Storia dela fotografia
La luce, in particolare quella solare, produce cambiamenti su molte sostanze, ad esempio la mela posta sul ramo assolato matura prima di un'altra in ombra, e la stessa mela presenta colorazioni diverse in zone con diversa esposizione...
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la pelle si abbronza, alcune resine induriscono, i capi colorati sbiadiscono. Se fotografia sta per scrittura con la luce (della luce) allora si può lasciare un segno anche sulla buccia di una mela durante la sua maturazione semplicemente interponendo fra sole e frutto un elemento opaco, e ciò sarà fotografia a tutti gli effetti, così come lo è il segno lasciato dal costume sul corpo di un bagnante; sintetizzando ciò che conta è un materiale fotosensibile ed una sorgente luminosa.

Fra le sostanze che subiscono alterazioni in presenza di luce, per noi riveste particolare importanza il nitrato d'argento, o meglio alcuni composti chimici derivati, chiamati alogenuri d'argento: il bromuro, il cloruro e lo ioduro. Alcune proprietà di questi sali erano già state notate nel XIII e XVII secolo, ma i primi esperimenti scientifici sul loro annerimento furono pubblicati nella metà del '700 da J. H. Schulze, da Giovanni Battista Beccaria e da J. Senebier. Di grande importanza ai fini della divulgazione fu il trattato "Aeris atque ignis examen chemicum" di K. W. Scheele, avvenuta ad Uppsala nel 1777, testo tradotto l'anno dopo in francese ed in inglese; in particolare Scheele aveva notato la velocità di annerimento del cloruro d'argento in presenza della frangia violetta della luce e che il prodotto annerito risultava insolubile in ammoniaca a differenza di quello che non era stato colpito dalla luce. Un'altra scoperta, a mio avviso determinante quanto la precedente ma a volte trascurata, è quella di sir John Herschel, scienziato poliedrico a cui la fotografia deve molto: una serie di fruttuose ricerche sulla sensibilità alla luce di varie sostanze, i termini negativo-positivo e la scoperta nel 1819 della capacità del tiosolfato di sodio di rendere solubili alcuni sali d'argento. Venti anni dopo egli scoprì che l'iposolfito (come erroneamente viene chiamato dai fotografi), interviene solo su quei sali che non sono anneriti in modo molto più efficace che non l'ammoniaca.
Note
testo raccolto su: www.internetcamera.it
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